Alluvione a Catania: l’importanza di valutare il rischio idrogeologico

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Danni a Catania, vittima del rischio idrogeologico
Credit foto: LiveUniCT

La pioggia torrenziale flagella insistente il capoluogo etneo. Il Presidente del Senato Elisabetta Casellati chiede con urgenza una strategia di prevenzione dei dissesti idrogeologici.

La violenza del maltempo con le sue bombe d’acqua fa registrare nuovi danni, stavolta nel catanese, dove negli ultimi giorni si sono contati due vittime, una donna dispersa, ospedali allagati e decine di attività commerciali sommerse.

Centinaia sono state le segnalazioni effettuate ai Vigili dei Fuoco, che hanno lavorato incessantemente insieme alla Protezione Civile per soccorrere i malcapitati nelle proprie abitazioni o rimasti bloccati nelle auto circondate dall’acqua.

Tuttavia, il quadro potrebbe essere ulteriormente complicato dalla formazione di MEDICANE, un Uragano Mediterraneo classificato come ciclone di categoria 1. L’evento, previsto con venti oltre i 120 km/h, potrebbe abbattersi nei prossimi giorni tra la Sicilia Orientale e la Calabria, con ripercussioni persino in Sardegna.

I dati dell’European Severe Weather Database affermano che in appena tre giorni si siano verificati in Sicilia 17 eventi estremi, localizzati tra le province di Trapani, Ragusa, Siracusa e Catania.

È proprio la città ai piedi dell’Etna a pagare il prezzo più salato. Oltre ad allagare svariate zone del centro e dei Comuni vicini, infatti, la bomba d’acqua ha anche provocato l’esondazione del fiume Simeto, con campi e raccolti ormai irrecuperabili.

Credit video: Giornale Di Sicilia

Un altro disastro che avrebbe potuto essere evitato, forse, o quantomeno contenuto negli effetti. Ciò che è successo a Catania ha suscitato l’indignazione generale e da più parti si chiede a gran voce che sia elaborata una strategia di prevenzione e messa in sicurezza dei territori a rischio idrogeologico.

Dal Senato, il Presidente Elisabetta Casati dichiara che si tratta di un’emergenza nazionale che non può più essere sottovalutata. “L’alluvione che sta flagellando la Sicilia deve suonare come un forte campanello d’allarme e richiamare l’attenzione sulla necessità di una chiara e urgente strategia in materia di prevenzione dei rischi idrogeologici. – ha dichiarato la Casati in Aula, in apertura di seduta – Nell’Italia che riparte e ricostruisce dopo la pandemia non si possono più tollerare ponti che crollano per frane, alluvioni, inondazioni”.

Nelle sue parole, ciò che serve è “Una strategia tesa a ripensare, rinnovare e soprattutto consolidare l’intero patrimonio infrastrutturale nazionale per creare le condizioni per scongiurare i tragici effetti di calamità naturali”.

Dissesto idrogeologico: una difficoltà tutta italiana

Il dissesto idrogeologico è la degradazione del suolo dovuta all’erosione delle acque superficiali. Le cause potrebbero essere determinate dalla particolare conformazione del territorio o dall’intervento umano – per esempio mediante intense opere di deforestazione – ma non bisogna dimenticare anche gli effetti del cambiamento climatico.

L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ISPRA, ha più volte affermato che l’Italia è uno dei paesi più esposti al problema. L’88% dei comuni ha almeno un’area indicata come a rischio idrogeologico, con un totale di oltre 8 milioni di persone.

Già il Rapporto sul Dissesto Idrogeologico del 2018, pubblicato ancora da ISPRA, aveva evidenziato che gli edifici situati in aree a rischio sono più di 150 mila. Ad aggravare il quadro concorrono anche le politiche attuate in materia di clima e messa in sicurezza, che si sono spesso rivelate contraddittorie.

Proprio il 2018 si è rivelato un annus horribilis sotto il profilo alluvionale. A detenere il primato del numero di vittime era stata la Sicilia, con 22 decessi in totale. A seguire Toscana e Calabria, ma non vanno dimenticate anche le emergenze in Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna e Lazio.

I dati registrati dai disastri negli ultimi anni dimostrano quanto sia importante lavorare per prevedere, prevenire e mitigare gli effetti connessi a tale rischio. Occorrono piani nazionali e regionali anche a lungo termine e, parallelamente, bisogna rendere i cittadini consapevoli dei pericoli in cui potrebbero incorrere.

Combattere il rischio: interventi, misure e normative

Le frane e le alluvioni che continuano a susseguirsi dal Nord al Sud Italia evidenziano una inadeguata gestione del territorio, che non ha mai dato troppo peso alla prevenzione del pericolo rappresentato dalle calamità naturali.

Negli anni, l’entità del problema ha imposto diverse modifiche e integrazioni, a partire Legge quadro n.183 del 18 maggio 1989, con la quale si proponeva di stendere il piano di bacino idrogeologico.

Ai giorni nostri, un dato importante arriva dal Rapporto ReNDiS dell’ISPRA che mette in luce i finanziamenti approvati dal Ministero dell’Ambiente: quasi 7 miliardi di euro in vent’anni, per un totale di oltre 6 mila progetti finanziati.

Anche l’istituzione della mappa di ItaliaSicura rappresenta un segnale positivo, almeno nelle intenzioni, poiché attraverso questa è possibile ottimizzare la spesa delle risorse stanziate negli anni precedenti e mai usate. Infatti, la mappa mostra sempre aggiornati gli interventi messi in campo dal Governo per mitigare il rischio idrogeologico, al fine di rendere il problema più percepibile anche e soprattutto ai cittadini.

Catania dopo il nubrifragio, vittima del rischio idrogeologico
Credit foto: La Sicilia

Resta comunque fondamentale ripensare il modo di intervenire: non è più tempo delle azioni di difesa passiva e occorrono politiche di prevenzione per incrementare anche la permeabilità del suolo.

A tal proposito, con il DPCM 20 febbraio 2019, il Governo ha stanziato circa 11 miliardi di euro per il triennio 2019-2021 da destinare alle Regioni nell’ottica del Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico.

Si aggiungono anche gli investimenti promossi dal PNRR, che riguardano la realizzazione di un sistema di monitoraggio e previsione dei rischi sul territorio. In particolare, la componente “Tutela del territorio e della risorsa idrica” stabilisce un fondo di 2,49 miliardi di euro per interventi strutturali nelle aree a rischio e per le strutture danneggiate, così da salvaguardare 1,5 milioni di persone.

Costruire responsabilmente: attenzione allo sviluppo urbano

Il cambiamento climatico comporta pericoli concreti che vanno valutati già durante la fase di progettazione urbana. Molto spesso edifici e impianti sono stati costruiti in zone a rischio o comunque non adeguate, quasi sempre anche in modo abusivo.

Oggi più che mai è importante controllare lo sviluppo territoriale e urbano e costruire in maniera corretta, con le modalità e le tecniche giuste per il particolare suolo, tenendo conto della sua conformazione, delle caratteristiche e del rischio ad esso collegato.

Specialmente nelle città, poi, è necessario imparare a gestire le acque meteoriche. La quantità di superficie costruita e cementificata fa sì che questa parte di acque non venga drenata e smaltita facilmente, provocando allagamenti e inondazioni in caso di precipitazioni intense.

Per questo motivo nei territori urbani occorre riqualificare le aree verdi – anche costruendo green roofs – ed evitare la formazione dell’effetto isola di calore. Affinché non si ripetano un’altra Catania, Cuneo, Venezia, Palermo o Genova.

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