L’arte ambientale di Alberto Timossi riattiva i segni perduti del Kothon di Mozia

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Il Kothon e l'installazione Segnacoli (c) Giorgio Sacher

Inaugurata una installazione site specific che dialoga con la natura mutevole dell’acqua e con la storia millenaria della piscina sacra dell’avamposto fenicio in Sicilia

Le aree archeologiche siciliane si confermano fertile terreno per sperimentazioni artistiche contemporanee capaci di polverizzare il confine temporale che ci separa dalle civiltà che ci hanno preceduto, facendoci immergere in antiche ritualità grazie ai “segni” del presente.

Segnacoli è il titolo dell’installazione temporanea immaginata dall’artista napoletano Alberto Timossi e curata da Lorenzo Nigro e Giuseppe Capparelli per il kothon di Mozia (oggi Isola di San Pantaleo), inaugurata lo scorso 24 agosto.

Segnacoli al tramonto (c) Futura Tittaferrante
Segnacoli al tramonto (c) Futura Tittaferrante

L’iniziativa è promossa in collaborazione con l’Università La Sapienza di RomaMissione archeologica a Mozia –, la Fondazione Whitaker di Palermo, la Soprintendenza Regionale ai Beni Culturali di Trapani, con il Patrocinio del Comune di Marsala, dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Trapani e della Fondazione Orestiadi.

Kothon, nome di origine greca, era un invaso alimentato da tre diverse fonti d’acqua, esse stesse origine delle fortune di Motya, la piccola isola posta sul versante occidentale dello Stagnone di Marsala e porto sicuro per i primissimi colonizzatori punici che ne fecero punto di approdo e “porto franco” per i loro commercio.

Il lustro di questo snodo strategico non poteva che essere un luogo sacro protetto da un recinto circolare (Tèmenos) con un dimetro di 118 m, al cento del quale era presente la piscina rettangolare (52×37 m) sulla quale si affacciavano i templi dedicati al dio Baal, alla dea Astarte e alle Acque Sacre portati alla luce nel corso degli ultimi 15 anni dall’ultima campagna di scavi condotta dalla Missione a Mozia della Sapienza di Roma, la quale ha anche individuato le interrelazioni tra gli edifici sacri e le aree esterne, tra i segni riemersi e le ritualità perdute. L’ampio bacino, infatti, oltre a permettere le cerimonie di purificazione rappresentava un vero e proprio osservatorio astronomico nel quale si rifletteva la volta celeste.


Per questa ragione l’area fu arricchita di monumenti e “segnacoli”, ovvero picchettamenti stabili (con pietre di fiume, condotte a Mozia dalle correnti) che rappresentavano allineamenti astronomici: un minuscolo specchio dove riflettere sulla sterminata grandezza del Cosmo.

È in questo incrocio che interviene Timossi, da sempre impegnato nell’interpretazione dei contesti mutevoli della natura, a volte sfregiata e inerme ai cambiamenti climatici, attento a leggere questi segni e tradurli dalla lingua che li ha generati – ormai sconosciuta – ad una lingua “corrente”, visibile e più facilmente comprensibile.

Alberto Timossi Segnacoli

Nasce così “Segnacoli”, una studiata sequenza di 26 tubi rossi in PVC, piantati sul fondo del Kothon e emersi dalle sue acque per riflettersi e vibrare con esse, come un canneto artificiale. Il numero degli elementi vuole testimoniare – in secoli – la distanza temporale che ci separa dal primo insediamento sull’isola, mentre la loro disposizione segue le correnti delle fonti in ingresso al bacino, rendendo tridimensionale la fusione tra il mare e le fonti di acqua dolce, metafora dell’intreccio sempre diverso tra culture espresso da Mozia e dalla Sicilia; alcuni allineamenti, infine, riproducono le principali costellazioni che – oggi – si riflettono nel Kothon.

Dettaglio degli elementi in PVC (c) Giorgio Sacher
Dettaglio degli elementi in PVC (c) Giorgio Sacher

Timossi recupera il valore del segno, del simbolo un tempo riconoscibile, parte di un codice tramandato per secoli, distorcendo un materiale d’uso comune dei nostri tempi e immergendolo in un bagno temporale quasi purificatore; «l’intervento artistico – per concludere con la parole di Giuseppe Capparelli – diviene dunque un segno, un “accento” posto su un substrato magico e spirituale, come elemento di continuità tra il passato e il presente».

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