Elena Arcidiacono

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Elena Arcidiacono, 43 anni, vive e lavora a Giardini Naxos (ME).
Dopo la laurea all’Università Mediterranea di Reggio Calabria ritorna a Granada, la città che ha conosciuto grazie alla borsa di studio Erasmus e nella quale rimane per dieci anni. Là inizia la formazione professionale e il Dottorato di Ricerca presso la Escuela Técnica Superior de Arquitectura – Universidad de Granada.
L’attivitá progettuale si sviluppa sulla ricerca delle relazioni tra luce e architettura e su un’attenta osservazione del contesto urbano, ambientale e sociale.
Nel 2010 vince il concorso Quaderni di Giarch: Progetti di giovani architetti italiani, pubblicazione UTET, Scienze Tecniche; nello stesso anno riceve una Menzione Speciale al Premio G.B. Vaccarini per un’opera d’Architettura e nel 2011 espone un suo lavoro alla Triennale di Milano.

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Che cosa significa vivere questa professione a Giardini Naxos?
Vivere? Lasciar morire direi. L’entusiasmo dei primi anni dopo il ritorno alla mia terra è completamente svanito. Il bagaglio che mi portavo dietro era ricco di impegno e passione, maturate non solo attraverso le esperienze lavorative e la ricerca continua, ma anche attraverso un ambiente culturalmente stimolante, che in Italia fa fatica a crescere.
E’ proprio per questo che negli ultimi anni sto lavorando ai processi di rigenerazione urbana partecipata. Infatti, insieme con altre tre colleghe, abbiamo dato vita a Vetrine Letterarie, un concorso per architetti, scenografi, artisti o meglio creativi in generale, avente come oggetto l’ideazione e la realizzazione di installazioni artistiche ispirate a testi letterari, nelle vetrine di attività commerciali del territorio di Giardini Naxos. Nasce dalla volontà di creare un insolito “museo diffuso” in cui luoghi non avvezzi all’arte (le vetrine) ne diventano contenitori; una sorta d’inversione del readymade duchampiano.

In generale pensi che la Sicilia sia il posto giusto per il lavoro di un giovane architetto come te?
Una terra bellissima che amo, ma…

Qual è il progetto della tua carriera di cui sei, al momento, più soddisfatto?
Dopo aver ultimato i lavori per Casa Muscianò, sono stata invitata dai committenti a trascorrere un fine settimana lì con loro.
Tutto quello che fino a quel momento avevo ipotizzato, intuito, progettato, potevo finalmente viverlo direttamente. Avevo tanta voglia di scoprire come ci si sente a farsi la doccia illuminati da un fascio di luce zenitale e tanto altro.
Quell’esperienza chiudeva il cerchio tra ciò che avevo immaginato e disegnato e quello che realmente si prova vivendolo.
L’intero processo creativo, fondato su un rapporto di reciproca fiducia con la committenza, mi ha permesso di imparare dagli errori commessi e, al contempo, mi ha reso soddisfatta di tante scelte progettuali effettuate.

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Hai un modello a cui fai riferimento? Ci indichi un architetto non più in vita e uno ancora in vita che ti piacciono particolarmente e perché?
Esperienze, azioni.
Osservare.
La ‘percezione dell’esperienza’ di Dan Graham, la linea di azione di Joseph Beuys.
Lo sguardo selettivo di Marcel Duchamp.

Quanto è importante l’attenzione per la cura dell’ambiente nel tuo lavoro di progettazione?
Vorrei poter esprimere il mio senso di solitudine rispetto a questa problematica.
Sono tante le figure coinvolte nel processo di progettazione e realizzazione di una architettura; affrontare e risolvere i quesiti riguardanti la cura per l’ambiente pretende una risposta corale. Manca un’adeguata educazione.

E come si sposa l’attenzione per l’ambiente con l’innovazione nei tuoi progetti?
Riducendo il bisogno di tecnologia, di sistemi sempre più complessi per i quali non so se la produzione ha causato danni all’ambiente attraverso lo sfruttamento del suolo o delle materie prime, né quali saranno le conseguenze del loro smaltimento.
Penso che possiamo vivere meglio nelle nostre case, nelle piazze, negli uffici, riscoprendo i principi della percezione e dei fenomeni naturali. Si può superare la razionalità del processo costruttivo stimolando i sensi. I materiali hanno una componente espressiva che nei normali sistemi costruttivi non viene esaltata, valori qualitativi, simbolici, di percezione con i quali noi possiamo costruire.

 

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Quali sono i materiali “tradizionali” che secondo te hanno più potenzialità guardando al futuro dell’architettura, mi riferisco all’ambito del benessere abitativo e della salubrità degli ambienti in
genere?

Credo che materiali facilmente reperibili in loco come la luce, l’acqua, il legno, il vetro, possano essere utilizzati sia per risolvere gli aspetti funzionali, ma soprattutto per trasmettere delle sensazioni.
Migliorare la qualità della vita penso che dipenda anche dalla capacità di far sperimentare, a livello insieme motorio, sensoriale ed emotivo le qualità di un materiale. Come la luce e la sua capacità di trasformare uno spazio.
E’ compito di una buona architettura trovare l’equilibrio tra i materiali usati.

In fase di creazione/progettazione per te c’è una dicotomia tra estetica e funzionalità, o le cose camminano di pari passo?
La progettazione è un’esperienza aperta a 360 gradi. E’ riduttivo pensare di fare una buona architettura solo risolvendo problemi funzionali e/o estetici.

Quanto credi sia utile la collaborazione tra progettista e aziende produttrici nell’ambito dell’ottimizzazione dei materiali adatti a realizzare nuove costruzioni o ristrutturazioni di immobili a latitudini “critiche” come quelle siciliane?
Credo sia molto utile, a prescindere dalle latitudini.

Foto courtesy Salvatore Gozzo (tutti i diritti riservati)
Foto courtesy Mauro Curcuruto (tutti i diritti riservati)

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