Massimo Tepedino

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Massimo Tepedino, 37 anni, vive e lavora a Londra, dove ha il suo studio. Ha conseguito, però, la laurea presso l’Università degli studi di Palermo. Dal 2007 ha insegnato Design per interni allo IED (Istituto Europeo di Design) di Barcellona e dal 2007 al 2011 è stato anche direttore del Master in Design per interni per spazi commerciali.
Ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio New Italian Blood Best italian architect under 36.

Casa R
CasaR

Che cosa significa vivere questa professione a Londra? Pensi che sia un il posto giusto per il lavoro di un giovane architetto come te, soprattutto rispetto alla Sicilia?
Significa lavorare insieme a professionisti di altissimo livello su progetti che hanno una grande ripercussione su un pubblico ampio. Parlo di ingegneri, project manager, avvocati.
Quando in un determinato momento coincidono committenza illuminata, progettisti e consulenti ambiziosi e disponibilità economica per me il lavoro diventa entusiasmante, anche se non necessariamente è detto che il risultato sia eccellente. Londra è una città in cui queste condizioni si presentano spesso.
Ho sempre voluto vederere realizzati i progetti su cui ho lavorato e ho una certa impazienza. Molto spesso lavorando in Sicilia i progetti restano su carta.

Qual è il progetto della tua carriera di cui sei, al momento, più soddisfatto?
Non sono mai del tutto soddisfatto ma di recente ho trovato molto interessante lavorare su due progetti.
Il primo è un asilo. Il cliente ha creduto nel valore aggiunto che il progetto apporta alle attività imprenditoriali e ha supportato alcune scelte coraggiose. La costruzione venne completata ad agosto in tempo per l’inizio dell’anno scolastico e in un solo mese si raggiunse il numero massimo di iscritti.
I genitori erano entusiasti della qualità della luce e degli spazi ed erano contenti di sapere che il loro figli avrebbero passato le loro giornate in un ambiente accogliente.

Il secondo è il progetto per il recupero del centro storico di Auletta una città italiana distrutta dal terremoto. Gli abitanti abbandonarono la vecchia città per costruirne una nuova accanto alle rovine. Gli edifici antichi rimasti sono piuttosto ordinari e hanno un valore più affettivo che artistico.
Invece di restaurare gli edifici e trasformare la città in un museo a cielo aperto abbiamo deciso di celebrare le rovine e programmare il loro decadimento. Una ragnatela di passerelle pedonali attraversa la vecchia città trasformandola in una sorta di parco archeologico mentre la vegetazione cresce deteriorando le rovine fino a renderle invisibili. Dopo cento anni il parco avrà coperto interamente la città. Di questa resterà solo la memoria, una bella storia da raccontare.

In cosa è differente lo sguardo di un giovane architetto da quello dei suoi maestri?
È interessante leggere che quelli che oggi consideriamo dei maestri guardavano ai loro maestri come uomini irraggiungibili. Per migliorare il proprio lavoro è importante scegliere con chi confrontarsi.
Vedo un mondo totalmente diverso da quello che hanno visto i nostri vecchi maestri e mi chiedo spesso come si sarebbero comportati al nostro posto.

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Hai un modello a cui fai riferimento? Ci indichi un architetto non più in vita e uno ancora in vita che ti piacciono particolarmente e perché?
Sul mio tavolo ho sempre due libri alla volta e in questo momento ci sono Jacobsen e Koolhaas.
Jacobsen perchè ha esplorato tutte le scale di progetto dalle posate alle torri, Koolhaas perchè ha trasformato i vincoli e le contraddizioni del progetto in elementi determinanti per il disegno.

Quanto è importante l’attenzione per la cura dell’ambiente nel tuo lavoro di progettazione?
Ne abbiamo avuto poca cura nel passato e forse fin troppa adesso a causa del nostro senso di colpa.
Non lo considero un fine, ma una componente essenziale del progetto al pari dei cavi dell’elettricità e dei tubi per l’acqua. Resta comunque il tema del momento.

E come si sposa l’attenzione per l’ambiente con l’innovazione nei tuoi progetti?
Mi interessa lavorare con i materiali e le tecniche del luogo e questo in genere riduce molto la quantità di energia necessaria per realizzare le opere. Abbiamo ereditato un grande bagaglio di progetti e di tecniche costruttive e rieditarle in modo inedito è un modo molto economico e interessante di progettare. Quando dico economico mi riferisco a raggiungere il massimo risultato utilizzando le risorse a disposizione.

Asilo
Asilo

Quali sono i materiali “tradizionali” che secondo te hanno potenzialità guardando al futuro dell’architettura, mi riferisco all’ambito del benessere abitativo e della salubrità degli ambienti in genere?
I materiali tradizionali hanno una funzione culturale. Contribuiscono a creare il senso di identità e di appartenenza a un luogo. In questo senso hanno la capacità di farci stare bene. Credo che per fortuna nel futuro non scompariranno, come credo che non si estingueranno gli artigiani, ma utilizzeranno delle macchine molto più sofisticate. Dopo l’epoca dell’artigianato e l’epoca della produzione di massa probabilmente verrà l’epoca dell’artigianato industriale. Più che i materiali tradizionali oggi ci interessa di nuovo chi li ha lavorati e alla storia che vi è dietro. La relazione fra chi usa i prodotti e chi costruisce ha anche un gran valore sociale.

In fase di creazione/progettazione per te c’è una dicotomia tra estetica e funzionalità, o le cose camminano di pari passo?
Quando inizio un progetto disegno sempre delle forme elementari che rappresentano le funzioni e la loro dimensione. Dopo inizio a combinarle in modo che esprimano un’idea e una forma coerenti. Ad un certo punto il progetto diventa semplice da rappresentare con poche linee o da descrivere in poche righe di testo. In questo momento ho la sensazione che il risultato non potrebbe essere diverso e resta solo da disegnare i dettagli. Ho risposto alla domanda?

Quanto credi sia utile la collaborazione tra progettista e aziende produttrici nell’ambito dell’ottimizzazione dei materiali adatti a realizzare nuove costruzioni o ristrutturazioni di immobili a latitudini “critiche” come quelle siciliane?
Mi trovo spesso a dover rivedere i disegni costruttivi dopo averli sottoposti alle aziende e a volte è impossibile progettare prima di avere consultato i costruttori.
Dicono che ci vogliono almeno tremila ore di pratica per potere dominare qualsiasi disciplina e le competenze necessarie per realizzare un progetto sono moltissime. Mi sembra interessante che ognuno possa eccellere nel suo lavoro e credo che la collaborazione sia essenziale.
Non credo che la Sicilia si trovi ad una latitudine critica. Ogni luogo ha bisogno di una risposta diversa in termini di progetto.

Credits
CasaR, Palermo
Progettista: Massimo Tepedino Studio
Collaboratori: Mitana Aleksandrova, Polina Kurovskaya, Marina Cella
Fotografie: Alberto Moncada
Arredi: Oji, Spazio Deep Palermo

Condominio La Galleria, Palermo
Progettista: Massimo Tepedino Studio con Francesco Librizzi
Collaboratori: Carolina Martinelli
Fotografie: Alberto Moncada

Asilo, Palermo
Progettista: Massimo Tepedino Studio con Ornella Gasbarro
Collaboratori: Yael Knafo
Fotografie: Alberto Moncada

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